Risse, rapine, accoltellamenti, nelle piazze, negli stadi, ovunque, segnano i nostri tempi e, puntualmente, tali episodi sono rilanciati dagli organi di informazione tramite una narrazione che predilige la semplificazione, non contempla le cause, tipizza le complessità individuali e le ingabbia in categorie stereotipizzanti.
In misura crescente, in occasione di deprecabili fatti di violenza che hanno visto il coinvolgimento di giovanissimi, si assiste, da parte della stragrande maggioranza dei mass media e delle forze di governo, a una reiterata operazione di stigmatizzazione etnica di tali comportamenti.
Tale narrazione non considera il fatto che i fenomeni di devianza caratterizzano anche i ragazzi di origine italiana e oscura le migliaia di giovani stranieri che studiano, lavorano e vivono in armonia con i loro coetanei. Come si suol dire, fa più rumore un albero che cade rispetto a una foresta che cresce e, appunto, c’è chi strumentalmente sfrutta il boato dell’albero che è crollato per criminalizzare, su base etnica, un’intera categoria di persone. Una lettura parziale e superficiale del fenomeno, che non considera il nesso tra questi comportamenti e le condizioni sociali ed economiche che si sono strutturate negli ultimi anni.
Inoltre, com’è stato più volte dimostrato, tale processo di stigmatizzazione etnica determina forme di chiusura identitaria e porta all’autoesclusione sociale. Uno stigma negativo viene assunto come elemento di orgoglio identitario; l’esclusione viene introiettata come dato ineluttabile e produce soggettività collettive in forte contrasto con il resto della società.
Nelle politiche che ne derivano prevale la logica securitaria, con le conseguenti pratiche repressive. In questo contesto, la dignità della persona cessa di essere l’anima dei diritti umani
È sotto attacco lo spirito della Costituzione, che pone al centro il pieno sviluppo della persona umana e assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono tale sviluppo.
Ed è da questa dimensione strutturale che dobbiamo ripartire.
Decenni di capitalismo neoliberista hanno incrementato le diseguaglianze sociali, la precarietà, ridimensionato i servizi sociali tramite le privatizzazioni e compromesso il ruolo delle istituzioni pubbliche come garanti del bene comune. Si sono indebolite le identità collettive e il senso di comunità. È aumentato il senso di solitudine e di sradicamento sociale.
In questo quadro di incertezza esistenziale, il pensiero del futuro si paralizza e i giovani si trovano immersi in una tragica condizione di “defuturizzazione”. Il futuro cessa di essere una promessa e prevale il dominio di un presente senza prospettive.
Tale situazione sociale e antropologica, insieme, rende ancora più tragica la vita di chi già vive ai confini di deserti esistenziali e sociali ed è costantemente a rischio di cadere nella marginalità
Sulla base di queste consapevolezze, è necessario denunciare l’incessante propaganda delle forze di destra tesa a criminalizzare i migranti, che, volutamente, concorre al radicamento di razzismo e islamofobia e sospinge ulteriormente verso l’esclusione e l’autoesclusione, come si diceva, settori sociali che già vivono situazioni di pesante criticità.
La risposta a queste complessità deve, pertanto, essere fortemente articolata e affrontare le molteplici dimensioni dell’esistenza sociale.
Sono quindi necessarie riforme strutturali per attenuare le diseguaglianze sociali, un nuovo statuto del lavoro per contrastare la precarietà, lotte intersezionali per unire tutte le istanze di libertà ed emancipazione nell’intento di connettere le lotte contro il patriarcato, l’impegno pacifista e le pratiche di accoglienza e di promozione umana.
È necessario fare rete per moltiplicare esperienze di prossimità sociale, generare un nuovo spirito di comunità correlando il mondo sindacale, l’associazionismo, la cooperazione sociale e le forze politiche che si collocano sul piano della valorizzazione della Costituzione italiana
Costruire progetti per la diffusione di traiettorie esperienziali di comunità, in cui poter sperimentare fantasia etica e creatività relazionale, per contrastare alienazione e solitudine.
Solo agendo i valori della prossimità, della giustizia sociale e della partecipazione inclusiva possiamo contrastare il cosiddetto fenomeno dei “maranza” e delle baby gang.
È su questo terreno che è possibile restituire ai giovani il desiderio di futuro, favorire il sorgere, nella loro coscienza, di un’apertura verso lo spirito dell’utopia: il sogno pensante e collettivo di un mondo più giusto, più inclusivo e più umano.
scritto da Bastoni Giovanni 26/09/2026



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