Peter Magyar guiderà un paese diverso.

Dopo 16 anni consecutivi e 20 anni in totale (includendo il da molti dimenticato governo 1998-2002 ) finisce l’era di Viktor Orban. Finisce definitivamente, qualsiasi cosa possa accadere nei prossimi quattro anni e con le future elezioni, con le elezioni di aprile non c’è stato un cambio di maggioranze ma si attuerà un vero e proprio cambio di sistema.
Campagna elettorale
Per capire meglio il futuro politico ungherese proviamo a capire gli ultimi mesi travolgenti.
Una lunga corsa con toni spesso violenti e la ricerca senza scrupoli di convincere l’elettorato. Dopo l’estate del 2024 ed il quasi 30% alle europee dell’appena nato Tisza, era chiaro che Orban si sarebbe trovato di fronte un avversario diverso da quelli sconfitti in passato. Già da ottobre 2024 i sondaggi più affidabili segnalavano Tisza in vantaggio e così sarebbe stato sino alla vigilia del voto.
Orban ha pensato di poter vincere anche questa elezione costruendo un nemico su cui concentrare i suoi attacchi (come già in passate elezioni soprattutto Soros, il globalismo , l’UE) : Budapest e l’intera Ungheria si sono riempite del volto di Zelensky e “l’Ucraina che ci porterà in guerra anzi che ci vuole fare guerra, che minaccia le nostre strutture energetiche, la nostra sopravvivenza, l’Ucraina è il nemico, non diventeremo una provincia ucraina, i nostri soldi non andranno mai all’Ucraina”.
La scelta, l’errore finale è stata costruire un’alternativa tra il governo Orban che aveva Lavrov e la Russia come primo riferimento ( gli imbarazzanti audio tra i ministri degli esteri Szijjarto e Lavrov,con l’ungherese sottomesso e pronto per aiutare con le sanzioni da evitare per gli oligarchi russi, nel bloccare ogni aiuto all’ucraina o attendere indicazioni di altro tipo) e la prospettiva di un paese saldamente legato all’Europa ed alle alleanze Occidentali.
In mezzo c’è stato di tutto, i tentativi dei servizi di infiltrarsi in Tisza, gli allarmi per le possibili minacce ucraine compreso il ridicolo pseudo fallito attentato “false flag” vicino al confine in territorio serbo a mettere in pericolo le strutture energetiche, la visita di Rubio in febbraio e di Vance a pochi giorni dal voto e l’imponente sistema dei media al servizio del governo schierato con tutta la sua forza.
Peter Magyar ha costruito una narrativa diversa, ha girato il paese con 5-6 comizi al giorno con un’immagine di gioventù e forza fisica schiacciante nei confronti del suo avversario. Militante da sempre in Fidesz ma fuori dalla politica attiva,avvocato e parte di una famiglia di grandi giuristi ed avvocati, ex marito di Judit Varga (ex ministro della giustizia travolta con la presidente della repubblica Katalin Novak dal più grosso scandalo, abusi su minori, che ha coinvolto il partito di Orban nel ultimi anni), 7 anni vissuti a Bruxelles con la famiglia proprio per occuparsi dei rapporti tra il suo paese e l’UE, periodo significativo che va sottolineato.
Magyar un euroconservatore (in suo partito fa parte dei Popolari europei),che in campagna elettorale ha rifiutato i temi di Orban, ha parlato della corruzione, dei problemi concreti, di Ospedali, ferrovie del costi crescenti per un’inflazione che ha impoverito il paese e del legame europeo.
Ma questo non poteva bastare, “nei suoi comizi parla alla nazione, arriva con la bandiera nazionale, spesso con la giacca blu con gli alamari della tradizione, cita i politici dell’800 (Kossuth), i grandi d’Ungheria, scienziati, poeti, Nobel, sino a Puskas, che hanno dato lustro al popolo. Chiude i comizi recitando, insieme ai fedeli, la poesia antiasburgica di Sandor Petofi: “In piedi o ungherese, vuoi essere schiavo o un uomo libero …” (Alessandro Grimaldi) .
Si è costruito il racconto dell’eroe, del giovane ungherese che prende per mano il suo popolo per la libertà contro il potere che lo schiaccia. Europei ma immersi nella retorica nazionalista che da sempre li accompagna: una formula perfetta.
Risultati:la destra ha vinto ma, forse, la sinistra non ha perso.
Tisza 53% Fidesz 38% Mi Hazank 5%, il sistema elettorale assegna i 199 seggi del parlamento per oltre metà con collegi maggioritari ( 106, 96 vinti da Tisza e 10 da Fidesz) e poco meno della metà con un proporzionale (con scorporo dei voti necessari per vincere i singoli collegi) con sbarramento al 5% ( 45 seggi a Tisza, 42 Fidesz, 6 Mi hazánk) . Questo ha portato ad una abbondante maggioranza dei ⅔ a Tisza (141 su 199) necessaria per quello che non sarà un cambio di governo ma un cambio di sistema, di regime. Necessario a livello istituzionale e in generale con l’abbattimento del NER ( sistema di cooperazione nazionale) termine con cui si intende l’insieme di istituzioni, media ed imprese attraverso il quale Orban ha potuto gestire il potere (con corruzione e clientele) nel paese in questi ultimi 16 anni.
Quanto ai dati, i soli 10 collegi conquistati da Fidesz ( quasi tutti in zone di confine con Ucraina, Romania, Austria e Slovacchia) mostrano un successo di Tisza su tutto il paese con dati molto più netti a Budapest dove quasi sempre i candidati di Tisza hanno oltre il doppio dei voti di quelli di Fidesz.
La destra di Mi Hazank (La nostra Patria) , antisemita, filonazista, per l’uscita dalla Ue e con le sue milizie antirom ed il controllo dei confini, entra in Parlamento: non può essere una sorpresa se pensiamo alla storia recente, questo risultato è identico alle ultime elezioni, mentre nelle elezioni precedenti vinte da Orban, un partito alla destra del suo, Jobbik, era arrivato sempre tra il 15 ed il 20%.
La sinistra ungherese non è in Parlamento ma dopo la sconfitta del 2022 con una coalizione dei moltissimi partiti tra il centro e la sinistra uniti, la scelta di non presentarsi alle elezioni condivisa da quasi tutti i personaggi più influenti ha ottenuto il risultato desiderato, chiudere l’era di Viktor Orban. Un obiettivo troppo importante per poter in futuro provare a ricostruire un pensiero diverso da quello non solo di Orban ma anche di Magyar. Ricordo comunque come in questo trionfo di conservatori e destra il sindaco di Budapest, Karacsony , eletto e riconfermato nel 2024, sia un uomo di sinistra: tra i primi a festeggiare la vittoria di Magyar ed a sostenerlo.
Qui poi si creano storie un pò contraddittorie se non si tiene presente quello che il sistema Orban ha rappresentato : si può ricordare che l’avversario di Karacsony alle ultime elezioni a sindaco era V , indipendente ma negli ultimi giorni appoggiato dal partito di Orban che aveva ritirato il suo candidato molto in ritardo nei sondaggi, operazione probabilmente costruita in precedenza per battere il sindaco in carica . Vittoria di K per pochissimi voti e V in questi giorni nominato Ministro dei trasporti da Magyar.
Le molte ragioni ed interpretazioni di una sconfitta ( e di una vittoria)
Dell’inefficacia nella riproposizione dei soliti nemici (Ucraina, EU, Soros o il Globalismo) abbiamo già detto, si può solo aggiungere lo slogan “Ruszkik haza !” (russi a casa !) riemerso nelle piazze di oggi dalle lotte del 1956 a testimonianza palese dell’identificazione filorussa sempre più insostenibile del governo Orban.
Ancora più convincente, la sociologa Maria Vasarhelyi, riporta in territorio economico la ragione primaria del risultato : la struttura dei redditi e le condizioni di vita della società ungherese sono fortemente peggiorate negli ultimi anni, la crescente fragilità della parte più debole si è accompagnata ad una riduzione della parte che si considerava di livello medio alto (dal 2021 al 2025 si è passati dal 33% al 19% di chi riteneva di farne parte). Anche l’andamento della valuta locale, in progressiva svalutazione, ha portato ad anni di inflazione molto pesanti. Significativo che da oltre 400 Fiorini per un Euro di gran parte dell’anno scorso, la valuta ungherese abbia progressivamente riacquistato valore con l’avvicinarsi delle elezioni ( e la molto probabile vittoria di Magyar) ed abbia poi continuato ad apprezzarsi anche dopo le elezioni (ora 354 Huf per un Euro , un +12% rispetto ad un anno fa) a testimoniare una fiducia nella nuova Ungheria.
A tutto ciò possiamo aggiungere la percezione generale, non più tollerabile, di una corruzione come parte organica del sistema Orban/Fidesz : la ricchezza enorme di tutti i personaggi della cerchia parte di questo sistema era qualcosa di palese e neppure più nascosto.
Peter Magyar non è Orban ma non è detto che ci piacerà
La cosa più fastidiosa di molti superficiali commenti a queste elezioni è trovare definizioni come “ex braccio destro di O.” o la tendenza a definirlo una copia più giovane del suo predecessore. Per tutto quello che si è scritto risulta evidente che sono due mondi molto diversi, la vecchia e la nuova Ungheria sono separate da una frattura quasi totale ma c’è un tema sul quale Magyar, ben definito un euroconservatore, non ha mai mostrato dubbi ed incertezze, ribadendo più volte che solo una cosa avrebbe salvato di tutta l’attività di Orban: la politica nei confronti dell’immigrazione. Può non piacerci ma questo è un dato reale, un dato che nel corso dei prossimi anni dovrà però inevitabilmente tener conto del declino demografico ungherese e dell’ovvia necessità economica di cittadini immigrati. Ma questo è il punto di partenza.
Novità travolgenti in arrivo, una rivoluzione necessaria, un nuovo ruolo internazionale.
Ancora prima dell’insediamento del nuovo parlamento, avvenuto il 9 maggio, non sono mancati i fatti rilevanti.
Orban, dopo 36 anni di presenza, non sarà nel nuovo parlamento, rinuncia al seggio e con lui altri personaggi di primo piano di Fidesz, Rogan, Kover (ex presidente del parlamento), Kubatov ( presidente del Ferencvaros), ed altri eletti, sostituiti da altri in coda nelle liste di partito o sconfitti all’uninominale. In un parlamento dominato dagli avversari meglio non rimanere. A sancire una sua definitiva uscita di scena anche la prima proposta di legge presentata nel nuovo parlamento che prevede di non poter essere primo ministro per un periodo superiore ad 8 anni (calcolo valido a partire dal 1990), legge rivendicata già in campagna elettorale da Magyar che ha ribadito di considerare due mandati un tempo massimo per la permanenza in carica. Legge superflua se si pensa che due sondaggi post elettorali il primo una settimana dopo il voto dava Tisza al 66% con Fidesz al 25% mentre a fine maggio si arrivava al 73% di Tisza e 20% di Fidesz non più sostenuta dalla sua macchina di propaganda ed in progressivo sfaldamento.
La “rivoluzione” di Magyar parte anche prima della convocazione del parlamento: compare, pochi giorni dopo il voto, intervistato sulla TV di Stato, M1 (dopo non essere mai stato invitato nell’ultimo anno e mezzo : questo può far comprendere il livello di disinformazione) ed in pratica licenzia tutti in diretta, preannunciando la sospensione del servizio di informazione delle Tv pubbliche in caso di mancate dimissioni di tutti i vertici, in attesa della creazione di una autorità che regoli con equilibrio la materia.
La cerimonia di insediamento del parlamento, il 9 maggio, è significativa, dopo oltre 10 anni la bandiera europea torna al fianco di quella ungherese davanti al Parlamento, Magyar invita a suonare in Parlamento i ragazzi della comunità rom di Sukosd che aveva visitato durante la campagna elettorale ed i parlamentari di estrema destra di “la mia Patria” escono dall’aula. Vengono presentati i 16 ministri del governo, 4 donne (l’ultimo governo Orban non aveva nessuna donna tra i ministri) tra cui molto apprezzata dalla sinistra la ministra dell’istruzione Judit Lannert. Si spegne subito anche il caso riguardante il Ministero della Giustizia ,designato uno dei massimi esperti in materia e dall’inizio al suo fianco nel partito aveva il problema di avere sposato alcuni mesi fa la sorella di Magyar : il cognato Mellethei Barna elimina le polemiche ed accuse di nepotismo rinunciando alla carica a due giorni dall’insediamento. Il 9 maggio la festa dal Parlamento si sposta nel cuore della città e la coinvolge come a celebrare una liberazione.
In Parlamento Magyar troverà di fronte come capogruppo di Fidesz Gergely Gulyas suo ex grande amico che si dice lo abbia portato alla festa in cui avrebbe conosciuto la ex moglie Judit Varga.
Mentre molti fondi (quelli che non si è riusciti a bloccare) degli oligarchi hanno preso la via di qualche paese lontano, documenti vengono distrutti ed Orban medita un esilio negli Usa o magari un incarico all’Onu (sfruttando Trump, Milei, Netanyahu o qualche altro amico) Magyar inizia a delineare il nuovo ruolo internazionale dell’Ungheria .
Il primo viaggio in Polonia per ricostruire un rapporto, divenuto pessimo con Orban, e rilanciare il gruppo di Visegrad magari allargato all’Austria meta di un’altra visita già effettuata da Magyar.
Determinante soprattutto la presenza ed i rapporti a Bruxelles dove in poche settimane arriva già un risultato forse insperato nella sua rapidità , il 29 maggio vengono sbloccati 16 miliardi di € di fondi congelati in precedenza ( Recovery Fund e Fondi di coesione),persino gli studenti ungheresi rientrano nel programma Erasmus.
Magyar riesce poi ad ottenere dal suo Parlamento la revoca del ritiro dalla Corte penale internazionale che Orban aveva messo in moto a seguito della visita di Netanyahu mentre non risultano più in Ungheria politici protetti da Orban pur essendo pluri condannati come i polacchi Romanowski e Ziobro o l’ex premier macedone Gruevski.
L’Ungheria ritorna parte di un sistema occidentale di diritto internazionale, magari con una buona dose di nazionalismo e facile populismo, la diffusione virale dei video che mostrano il lusso ingiustificato nei palazzi ministeriali ereditati da Orban accompagnata dalla recente proposta di legge che riduce del 40% lo stipendio dei parlamentari (1,8 milioni lordi al mese , circa 5 mila euro).
Si può chiudere con le parole di Magyar al New Yorker che gli chiede della differenza con Fidesz ed Orban “ Tisza è diversa perchè è sostenuta da esponenti di sinistra, di destra e da verdi radicali , è una comunità eterogenea” . Credo che una simile consapevolezza lo porterà a creare un paese più aperto ed ad attuare politiche più equilibrate, anche se si tratterà di costruire quasi dal nulla una democrazia, con una eredità politica di istituzioni e consuetudini da azzerare. Quanto al suo partito, così composito, difficilmente potrà durare a lungo nelle forme attuali ma potrebbe rivitalizzare la vita democratica ungherese ispirando positivamente anche chi ha posizioni più progressiste.



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